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Palermo, alla caccia del topo d'arredamenti... virtuali

La Stampa, testata (sia cartacea che online) sempre attenta alle "cose di Internet", nell'articolo di oggi firmato da Riccardo Arena ci propone una storia apparentemente ma dal doppio ed inquietante risvolto.

Una donna di Palermo ha denunciato ignoti per aver svaligiato la propria casa... virtuale. Non la vera abituazione, quella con i muri in mattone e le finestre di vetro, bensì quella costruita in pixel e applicazioni, su "Pet Society", uno dei social games più cliccati di Facebook.

La donna si è rivolta alla magistratura per acciuffare il topo d'appartamenti virtuali. Curioso vero? Sembra una delle solite aberrazioni a cui lo strano-mondo-di- Internet ci sta abituando. E' quello che deve aver pensato anche il pm Marco Verzera che aveva chiesto l'archiviazione del caso (forse adducendo a motivazione "ci sono cose ben più serie a cui pensare che ad un furto di mobilia virtuale), previa ritornare sui suoi passi dopo l'opposizione degli avvocati della donna derubata.

Infatti, il vero reato contestato, a parte il furto dell'arredamento virtuale (che pure ha un costo di 100€), è l'«introduzione abusiva e aggravata» nella corrispondenza elettronica e nelle attività ad essa collegate. Come ci segnala l'articolo questo è "un reato punito con l'articolo 615 e che prevede una pena da uno a cinque anni". Alla "vittima", infatti, hanno rubato la password e violato l'account di posta elettronica, condizioni necessarie per accedere a Pet Society.

Roba seria, insomma, che dovrebbe sensibilizzarci ad una maggiore cura dei nostri dati in Rete. Va bene la richiesta di maggiore privacy rivolta dagli utenti alle multinazionali della Rete, ma cominciamo a considerare i nostri dati "online" alla stregua di quelli "offline". Dareste mai il pin del vostro bancomat al primo passante?

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