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-24. Io voglio sapere

Mancano 24 giorni (Elezioni Regionali 28/29 marzo) al ritorno dell'informazione (quella seria) in Rai e delal fine delle pantomime su quello di cui si può parlare (gossip, veline, Isola dei Famosi) e quello di cui non si può parlare (inchieste, politica, notizie) in TV.

Riprendo da Discutere un articolo de "Il Fatto Quotidiano" di ieri. Intanto continua la mia protesta IO VOGLIO SAPERE! Io posterò ogni giorno il count down dell'oscurantismo, il conto alla rovescia che mi separerà dalla possibilità di informarmi anche in TV. Fatelo anche voi! Potete inserire il badge/logo che ho frettolosamente creato oggi (nella parte alta di questo post e scaricabile qui) sui vostri blog, sul vostro profilo Facebook o dove ritenete più opportuno. Facciamoci sentire! E gridate forte: IO VOGLIO SAPERE!


Al posto del sospeso Ballarò, ieri sera sit-in davanti agli studi Rai

Che vuol dire sospendere l’informazione? Fotografia. Studi Rai di via Teulada, il conduttore Giovanni Floris spalle ai cancelli. Uno striscione di Ballarò, appeso di fretta, si regge con un filo al cartello divieto di sosta. Tra le auto parcheggiate e carabinieri in tenuta antisommossa, la Rai svestita da Mauro Masi si mostra nuda al pubblico che l’aspettava in salotto e nel tinello. La manifestazione dei sindacati – Fnsi e Usigrai - chiede di ‘riaccendere’ le notizie, la dialettica, il confronto. C’è una lampadina proiettata sullo sfondo di uno schermo di fortuna: "Noi siamo qui perché ci hanno cacciato da lì", e indica la palazzina Rai, il presidente della Fnsi, Roberto Natale. Hanno aderito i partiti dell’opposizione (con tanto di bandiere, tranne il Pd), hanno aderito sigle e la Cgil, e per primi aderiscono – presenti o assenti – quelli che guarderanno il documentario ‘Dittatura’ al posto di Ballarò su RaiTre. Coincidenza casuale, e ancor più affascinante. I politici che adoravano sedersi di fronte alle telecamere – come Fausto Bertinotti, recordman di presenza a Porta a Porta – devono sgomitare al fianco dei giornalisti disoccupati e inneggiati dalla folla.

La squadra di Annozero – Michele Santoro al centro, Sandro Ruotolo e Vauro a seguire – avanza compatta verso un muretto umano variopinto: donne, tante donne, ragazzi e ragazze, corrispondenti e dirigenti Rai insieme. Pier Luigi Bersani passeggia con il sigaro acceso: "Dobbiamo recuperare quel pezzo di libertà perduta. La maggioranza ha dato un segno di debolezza, non di forza". I pensieri politici con i propri tempi e le proprie liturgie, in una via in salita convertita in piazza, sono superati dai cori del popolo viola: "Chi non salta Minzolini è" oppure "Lotta dura". L’aria è tiepida, eppure c’è il timore che il rumore sia vano. Antonio Di Bella ha un’idea: "Ho scritto alla direzione generale: possiamo riprendere con Ballarò in altre fasce orarie". E poi allarga le braccia, il direttore di RaiTre: "L’ho fatto per scrupolo. Perché non ci possono spegnere all’improvviso" . Floris potrebbe indossare quel bavaglio bianco che la gente porta in silenzio: "E’ un tentativo goffo e buffo di fermare l’oceano con le mani. Andiamo in vacanza per un mese, poi che faranno? Dovremo riprendere. E’ il momento più grottesco della politica italiana".

L’aveva promesso, Michele Santoro è sorridente e – parole sue – con la grinta dei giorni migliori: "Se fosse qui Vespa, l’abbraccerei, senza nessuna polemica. Perché quando saremo meno voci, sarà più difficile lavorare anche per lui. La colpa non è di Annozero: io non ho fatto la marachella. E se fosse così, sarebbe peggio: preferiscono azzerare la Rai, pur di zittire noi". E spiega: “Non voglio andare in onda come un avatar dell’informazione, un altro da me”. Sarà perché Santoro è stato convincente, ma alla fine appare anche Bruno Vespa e sale pure sul palco.

La protesta contagia la Rete, coinvolge, appassiona: "Riuniamoci sotto la sede di corso Sempione", scrive il popolo viola di Milano. E a Bari preparano i picchetti intorno alla redazione pugliese. E a Roma in via Teulada. E i dirigenti scrivono: "Si rischia di soffocare una volta per tutte la Rai".

E l’Usigrai ha inviato un video messaggio per i telegiornali, le ultime risacche dell’informazione nel servizio pubblico: "Chiediamo un immediato ripensamento delle decisioni che, oltre a svilire l’articolo 21 della Costituzione, determinano un danno economico per l’azienda. Speriamo che il nostro appello dia voce alla delusione". La proposta di Mauro Masi, asserragliato in ufficio per riempire i palinsesti svuotati, spacca in due, in tre, divide in orizzontale. Anche il Pdl che aveva votato con entusiasmo la norma di Marco Beltrandi, l’origine dei mali: "E’ assurdo che – dice Mario Valducci del Pdl, presidente della Commissione trasporti e telecomunicazioni – durante una campagna elettorale non vi sia un’informazione adeguata per far conoscere ai cittadini i candidati e i loro programmi. Questa è una conseguenza figlia della par condicio, una legge che abbiamo sempre definito ‘bavaglio’: è ora di cambiarla".

La censura alla Rai è tollerabile, la par condicio per contenere il Pdl telegenico è sbagliata. Contraddizioni. I generali e caporali della Rai sono fedeli al capo: "Le scelte dei vertici si applicano, non si commenta", e annuisce Mauro Mazza, direttore di RaiUno.

(Carlo Tecce, Il Fatto, 03-03-2010)
© Il Fatto Quotidiano

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